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La vita e le opere di Debussy

Vita e opere Debussy e Spartiti Musica Classica Debussy in formato pdf



Di famiglia disagiata Claude Debussy nacque il 22 agosto del 1862 a Saint-Germain-en-Laye, un paese nei pressi di Parigi. Ebbe una formazione scolastica alquanto precaria e si avvicinò alla musica seguendo alcune lezioni di pianoforte durante una vacanza, con i suoi padrini, a Cannes. Nel 1871 segue le lezioni di Madame Maute de Fleurville che era stata allieva di Chopin, disposta a seguirlo gratuitamente dopo averne saggiato le eccezionali doti di interprete. Nel 1873 riesce ad essere ammesso al conservatorio di Parigi dove deluse nelle prove di interpretazione ma si dimostrò attento alle nuove tendenze musicali più anticonvenzionali. Qui fu allievo di Lavignac e Marmontel perfezionandosi con Guiraud. Dal 1879 inizia a dare lezioni private in facoltose famiglie della capitale tra cui quella della marchesa Von Meck già protettrice di Ciaikovskij che lo condusse, per tre anni, in Russia per esibirsi come pianista. Nel 1884 vince il Prix de Rome con la cantata L'enfant prodigue; il premio gli consentirà di trascorrere due anni a Roma presso villa Medici dove incontra Liszt. Tornato a Parigi in precarie condizioni economiche soggiorna presso la sua amante Gabrielle Dupont in una soffitta di Montmartre. Nel 1899, lasciata la Dupont si sposa con Rosalie Texier. Il matrimonio, oltre ad essere funestato dal tentativo di suicidio della Dupont, durò abbastanza poco; Debussy, infatti, lasciò anche la Texier per fuggire con una ricca ereditiera, Emma Bardac, che sposerà nel 1908. Nel frattempo la vita da bohémien lo portò anche a Bayeruth dove nel 1888 potè ascoltare il Parsifal e I maestri cantori di Norimberga di Wagner. A Vienna incontrerà Brahms. Nel 1894 scrive il Prélude a l'après-midi d'un faune che lo porta all'attenzione del pubblico. Svolge attività di critico musicale. Muore a Parigi il 25 marzo 1918, stroncato da un cancro intestinale. In una delle sue rare confessioni, una volta Claude Debussy disse che “l’anima altrui è una foresta oscura, dove bisogna camminare con precauzione”; un bosco profondo ricolmo di colori, di luci e di suoni: un luogo della realtà e dell’immaginazione che si trasforma in eventi, desideri, opere. Ma chi era Claude Debussy? Come Laforgue, egli si definiva “un maniaco della felicità”, un cultore del desiderio. Che gioia per lui era il possesso delle belle cose, la contemplazione degli oggetti! Che godimento era la manipolazione di qualsiasi cosa modellata con perfezione! Un libro, un bastone da passeggio, un portapenne di canna, le biglie giapponesi di legno, un nuovo cappello: le piccole statuette d’avorio (i budda dorati o le divinità indiane), le farfalle sotto vetro, i mobili e tutti gli oggetti d’antiquariato; e gli abiti eleganti, che così raramente poteva indossare. Soprattutto al contatto con la miseria e le difficoltà di ogni giorno, nasceva, paradossalmente, questo culto, che proiettava le proprie voglie sulle forme molteplici della bellezza. “In fin dei conti, il Desiderio è davvero tutto. A volte si prova un desiderio folle, quasi una necessità vera e propria, d’un oggetto d’arte (un Velázquez, un vaso di Satsuma, oppure un nuovo tipo di cravatta). E quando lo si possiede, che gioia! qualcosa di simile all’amore”. “Credo che quello che si può dire del desiderio è che, in fin dei conti, tutto deriva da esso e tutto a questo è collegato”. Fin da ragazzino aveva provato l’ebbrezza di questo possesso magico, irrazionale, quasi egoistico. Allora, i suoi genitori riuscivano a guadagnare soltanto quel minimo sufficiente per il sostentamento della numerosa famiglia, e lui, invece di aiutarli con quel poco che guadagnava dando lezioni private, spendeva tutto per comperarsi gli oggetti che più amava: libri, incisioni, statuette e i più svariati soprammobili. Egli proiettava così, nella concretezza delle cose, nella cerimonia di un possesso magico, la sua sete inesauribile di bellezza e di perfezione. Tutto ciò che racchiudeva una forma esatta lo ammaliava, tutto quello che si profilava rigoroso e conciso nelle dimensioni lo incantava: una decorazione, un pensiero, un dipinto equilibrato, una musica perfetta. Nelle parole come nella vita, e naturalmente nella sua musica, egli cercava la concisione e il rigore, l’essenzialità del discorso che punta senza tentennamenti al “cuore nudo dell’emozione”. Non sopportava i lunghi discorsi, i giri prolissi di parole, la vuota retorica: le ornamentazioni inutili, gli sviluppi superflui, le complicazioni che distolgono lo sguardo dal centro delle cose. “Nessuno meglio di lui ha praticato l’arte dell’espressione esatta, della parola ben collocata, del gesto espressivo. Debussy era un uomo concentrato su se stesso che viveva di un’intensa vita interiore”.

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